Achille Bonito Oliva con Lucia Romualdi e Francesco De Gregori la lontananza, l’estraneità, il nomadismo, la misurazione

Achille Bonito Oliva: Nella canzone italiana, nella canzone francese, ma molto di più in quella italiana, c’è stato un momento di esaltazione dei contenuti, quindi il privilegio della parola rispetto alla musica, debbo dire che vedendo il lavoro che avete fatto a quattro mani con Lucia, mi è piaciuta molto l’attenuazione della parola e si è riusciti in qualche modo a creare l’onda.

Francesco De Gregori: E’ Lucia che innesca l’idea. Mi ha accolto nello studio buio, con le maree, con questi tabulati misteriosi, con questi numeri misteriosi, con questi luoghi sconosciuti, affascinanti e mi sono fatto coinvolgere molto volentieri nel mettere della musica in dialogo con la sua opera. Non voglio dire di essere ospite, perché sarebbe riduttivo, ma entro in un secondo momento e mi avvicino a questo lavoro con tutta la curiosità che può avere un uomo che nella vita fa tutt’altro e anche, credo, con una certa umiltà. Sarebbe stato poco saggio se io avessi messo davanti l’essere un cantautore famoso nel suo campo e anche abbastanza stimato e avessi portato questo carico nell’opera di Lucia. Qui la mia canzone, che non è più canzone come abbiamo detto, ma tende, tenta di diventare puro suono, è figlia dell’opera di Lucia.

Lucia Romualdi: Arrivare al lavoro non è stato facile. Sembrava già tutto definito, invece è stato un lungo percorso, complesso. Per i lavori, per questi lavori, c’è un grande impegno, una grande fatica, un grande coraggio. Non dobbiamo dimenticare questo degli artisti: gli artisti hanno coraggio, non è una cosa secondaria.

Francesco De Gregori: In questo lavoro credo fosse importante togliere il peso della parola, la canzone si deve fare concava per accogliere l’opera, o convessa per entrare nell’opera di Lucia, e quindi deve essere spostata sul versante del suono: qui parliamo di suono non parliamo più di canzone, sono due cose assolutamente diverse tant’è che io ho dovuto rimetterci le mani. Sono andato in studio e sono partito con questo imperativo: cerchiamo di fare diventare la canzone suono, e come si fa a far diventare una canzone suono? basta abbassare le parole? la voce? la pista della voce? no, non è così semplice.
Bisogna che questo venga sostituito da qualcos’altro e l’ho trovato, grazie a Lucia, in un rumore: un clic. Cos’è questo clic? adesso ve lo dico: quando Lucia mi ha presentato per la prima volta quest’opera nel suo studio e mi ha fatto vedere soundings, le diapositive della partitura di Lucia scattavano nel proiettore una dopo l’altra e producevano il rumore classico che tutti conoscete: il clic della diapositiva ma nel lavoro c’è anche un altro suono: il brusio della ventola, dunque c’era già il suono nel lavoro di Lucia. Ho voluto non sottovalutarlo, anzi sovrastimarlo e farne proprio il cardine del nuovo arrangiamento della canzone.
Questo clic arriva ogni undici secondi più o meno, se non mi sbaglio...

Lucia Romualdi: Si, undici secondi.

Francesco De Gregori: Undici secondi: è diventato l’elemento ritmico della canzone come se fosse un percussionista che da un colpo. Il che è abbastanza anomalo, perché un percussionista quando da un colpo preciso in un pezzo musicale, lo da seguendo uno schema ritmico: può essere una croma, può essere una minima, una breve, una semiminima.

Achille Bonito Oliva: È un’opera meticcia.

Francesco De Gregori: Si, è l’opera meticcia. C’è un ritmo che non rispetta il normale andamento delle battute in una composizione e questa idea sposta molto la lettura del testo della canzone.

Achille Bonito Oliva: Il meticciato presuppone il nomadismo.

Lucia Romualdi: Sono artista nomade, sono nomade di testa, anche il mio lavoro è nomade, è un’opera viaggia, diventa suono, diventa luce, le parole si perdono.

Achille Bonito Oliva: Il nomadismo è un’attitudine che si ritrova direi proprio nella biografia di entrambi e perciò è interessante. Vi siete attratti, trovati, scambiati per sviluppare non una vicinanza, ma una lontananza. In realtà siete una famiglia di artisti, come dico io, che non sono parenti tra loro: è questo che è interessante.
Ecco l’estraneità che tutto sommato si può recuperare in questo senso: venendo da lontano e andando lontano.
Cosa è per te il nomadismo e il tema della lontananza nel tuo lavoro?

Lucia Romualdi: Cerco di essere estranea ai luoghi e nei luoghi, anche al lavoro. Ho un carrozzone mobile, il mio studio è un circo e porto dentro le cose che non ho fatto che forse farò, ogni tanto aggiungo o tolgo, si può partire. L’opera è divisa per segni, per numeri, e questi segni questi numeri insieme costruiscono un suono, anche una musica. I miei lavori sono come partiture musicali ma sono fatte con le pellicole. Metto in suono la luce.

Achille Bonito Oliva: Trovo che il tema che si sposa fra voi è il ritmo, sento che c’è un ritmo, una consonanza, un ritorno, un battito.

Francesco De Gregori: C’è una scansione delle diapositive che si alternano, per questo parlavo del ritmo come un fatto importante. Poi c’è un respiro in tutto ciò che è legato alla marea: il tema del lavoro è la marea.

Lucia Romualdi: No, non sono diapositive, no, questo è importante, non sono diapositive, è un lavoro in camera oscura cioè un lavoro fotografico, sono dei frame che io taglio manualmente e metto nel telaietto quattro per quattro, non sono slide, è un lavoro cinematico, una tecnica che rimanda a quella cinematografica, immagini in sequenza, un procedere temporale, una serie di operazioni che si aprono, come avviene nel cinema, a linguaggi diversi, musica, movimento, suono, una sequenza di segni che formano poi un tutt’uno.

Achille Bonito Oliva: Sound non significa solo suono, in questo caso sound implica la misurazione. Spiegami quello che si vedrà nell’installazione, come è articolata.

Lucia Romualdi: È un viaggio, undici porti dell’oceano Indiano, dell’oceano Atlantico...L’insieme dei porti, le punte geografiche dei porti formano poi unite il disegno di una grande barca. I porti ritornano, undici porti, una cadenza, ritornano ogni tanto, si ripetono ma sembra che li incontri per la prima volta. Andare, tornare attraverso i grandi oceani. Un lavoro sulla lontananza.

Achille Bonito Oliva: Hai misurato, è il caso di dire, tante profondità, tanti abissi, tante maree, tanti porti, qui sono tutti porti e mari asiatici, perché?

Lucia Romualdi: Indiano, Atlantico.. non sono solo asiatici, è un viaggio che va lontano, l’opera va via.

Achille Bonito Oliva: Parte dall’Oceano.

Lucia Romualdi: Ho fatto altri viaggi, altre partiture. C’è un mio lavoro storico Trieste, ho lavorato sulle maree di Venezia, ora volevo andare lontano, volevo allontanarmi ancora di più, porti misteriosi anche, nomi che sono sconosciuti quasi.
Li ho scelti.

Achille Bonito Oliva: L’acme dell’installazione, là dove vi incontrate, è quella che si vede entrando in fondo nella parete.

Lucia Romualdi: È un battello forse.

Achille Bonito Oliva: Ed è un battello, si.

Francesco De Gregori: Si vede un filmato misterioso e non si capisce da dove viene. E’ un battello?

Lucia Romualdi: Ho pensato a una trottola del tempo.

Francesco De Gregori: Lucia non ci spiega da dove viene.

Lucia Romualdi: È un materiale di lavoro.

Francesco De Gregori: Dunque è un battello, possiamo dirlo?

Lucia Romualdi: È un materiale di lavoro, come scegliere una matita, un colore.

Francesco De Gregori: Il tema della lontananza l’ho trovato in questi luoghi lontani e direi misteriosi, sono dei luoghi misteriosissimi – ricordo il bollettino dei naviganti alla radio, venivano evocati luoghi, c’era un sapore di avventura, si rischiava tutto, quella lontananza, quei porti curiosi dove non sarei mai andato nella vita, ci sono capitato grazie all’opera di Lucia e al fascino anche di queste cifre, di questi numeri.

Lucia Romualdi: È un lavoro in stage left, l’abbiamo scritto.

Francesco De Gregori: stage left il lato sinistro del palco.

Lucia Romualdi: Un’occhiata a sinistra.

Francesco De Gregori: Di solito quando salgo sul palco, a sinistra c’è il mixer e il monitor, per cui guardo sempre a sinistra, anche per motivi politici mi volto sempre a sinistra.

Lucia Romualdi: Un’occhiata obliqua, si.

Francesco De Gregori: Difficilissimo parlare di questo lavoro, le opere d’arte vanno viste, parlare in generale di un’opera d’arte è un modo di impoverirla.

Lucia Romualdi: Forse l’opera è uno specchio, e chi la guarda, chi si pone difronte, o si conosce o non si riconosce.

Achille Bonito Oliva: Può anche non riconoscersi dall’opera, perché in effetti come diceva Agnetti si deve “dimenticare a memoria”. C’è un procedimento creativo che l’artista mette in atto, che controlla ma solo fino a un certo punto. C’è un’altra parte che rimonta ed esplode e che l’artista omette a sua insaputa.

Lucia Romualdi: Qualcosa che non comprendi.

Achille Bonito Oliva: E’ possibile anche verificarlo nella storia dell’arte: mi sono molto avvicinato al Manierismo scrivendo un libro che si chiama “Ideologia del Traditore” dove constatavo finanche la disperazione di alcuni di questi artisti: per esempio Pontormo soffriva d’ipocondria, e delle volte si ritirava in un soppalco, ritirava la scala che aveva lì e non rispondeva per giorni interi. Voglio dire, se guardi l’opera, non c’è questa autobiografia minuziosa, non c’è questa ansietas che invece la sua biografia sviluppa, perciò direi alla fine che l’opera è indecisa a tutto, e anche ha un suo sano opportunismo, si lascia depositare storicamente nel luogo dove capita, può anche dormire per un po’ e poi risorgere con la sua attualità.
Cito il Manierismo che è stato proprio quel movimento che veniva definito tale in termini quasi dispregiativi: Pontormo, Boccafumi, Parmigianino definiti, secondo l’epoca, ‘alla maniera di’ cioè: di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello. Poi l’opera si emancipa, fuori da quel contesto, e si è capito la grande rivoluzione del manierismo nel passare dal principio d’intenzione a quello della citazione e al recupero della memoria e della soggettività che si sviluppa a partire dalla coscienza metalinguistica dell’arte: l’arte è linguaggio. Allora se l’arte è linguaggio, è confinata nel suo perimetro formale e non bisogna identificare l’opera e la vita dell’artista.
In questo sono d’accordo e Lucia, tutto sommato, vuole dire che lei in questi decenni è come un’astronauta che cerca sempre più di allontanarsi dalla terra.

Francesco De Gregori: Sono terrorizzato dell’idea che si debba parlare troppo di un’opera d’arte, la mia inquietudine è che la chiacchiera anche colta deprima il senso oltre che l’emozione. Noi dobbiamo trovare le cose che ci piacciono.

Lucia Romualdi: C’è un frase enigmatica della Gončarova: l’opera vuole essere fatta, forse ci dice: lavora, bisogna lavorare, ma anche che lei, l’opera, vuole esserci, vuole esistere. L’opera poi se ne va per suo conto.

Achille Bonito Oliva: Seguo Lucia nel suo lavoro da decenni e sempre più ho potuto constatare una sorta di naturale smaterializzazione, di alleggerimento come se lei volesse perdere proprio un pondus, il peso diciamo che la tiene legata, una sorta di lievità. La sua è un’opera totale che porta dentro lo spazio dell’arte il movimento liquido del tempo, la marea degli Oceani, l’apertura verso una dimensione che segna l’intreccio tra il visibile e l’invisibile. Trovo che nello sconfinamento tra arte e musica e nel dialogo con la non canzone di De Gregori abbia trovato un altro suo appuntamento giusto.
L’arte è respiro biologico e in questo ha ragione Francesco, quando dice che è un qualcosa, che ritrovo anche in me quando faccio delle conferenze.
C’è stato un momento, quando ho fatto molte conferenze sul Manierismo e la Transavanguardia, in cui vedevo nascere ogni volta, era più forte di me, l’introduzione improvvisa di qualche termine nuovo a mia insaputa che, con la presenza del pubblico, suscitava in me una reazione che m’impediva di essere totalmente ripetitivo.
Nel lavoro di Lucia la numerazione è molto importante, mi fa capire il suo lato erotico e quindi la moltiplicazione, la sottrazione, ed è interessante: ma la geometria numerica che segna pavimenti e pareti, ci segnala anche l’attitudine verso un procedimento sintetico e misurabile, il piacere contemplativo verso un paesaggio interiore ed una precisa preferenza per l’astrazione.
Ho sempre pensato che la parola è altruista per definizione, la lingua è altruista, si rivolge – io ero bravissimo in tutte le materie tranne che in matematica, ma con il tempo sempre più ho capito e ho sentito l’erotismo del numero.
Con il numero voi che rapporto avete?

Francesco De Gregori: Erotico. Tutti i numeri per me hanno un fascino incredibile. Se uno si mette a scrivere dei numeri su un pezzo di carta, resterei a guardarlo per ore. E’ un fascino visivo: 02, 04, 09, +1.

Lucia Romualdi: Erotico. La matematica ha il suo erotismo.

Achille Bonito Oliva: Potremo ricordare Licini che diceva “erotico, errante, eretico.”
Sei sempre stata appassionata del numero, da quando eri piccola?

Lucia Romualdi: Con la musica ho un’antica consuetudine. Sono vissuta in ambienti musicali. La casa della mia infanzia era al primo, al secondo lo studio di Alfredo Alfredo Casella. Tutti i grandi artisti suonavano quel pianoforte. Io ascoltavo, se potevo salivo. Portavo la carta a quadretti e scrivevo i numeri.

Achille Bonito Oliva: Fin da piccola avevi un rapporto con il numero?

Lucia Romualdi:. Qualche anno fa, vi è stato un piccolo concerto, mi hanno invitata ma io ho preferito aprire la porta ed ascoltare dalle scale, come facevo quando ero bambina.

Achille Bonito Oliva: C’è un libro “La solitudine dei numeri primi” bellissimo libro vero?

Francesco De Gregori: Sì.

Lucia Romualdi: Il tempo del lavoro è di undici secondi, il tempo giusto. Un tempo molto lungo è un tempo che non lascia sorprese.

Achille Bonito Oliva: Sì, Lucia in questi decenni è come un astronauta che cerca di allontanarsi sempre più dalla terra...

soundings
Museo MAXXI, Roma – Studio Trisorio, Napoli, 17 novembre 2016

 
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